background image

ApiCultura senza fondo

Sono radicale nel mio non essere radicale.

E’ un sentire che mi coglie spesso. Eppure, come molti, spesso mi trovo ad ammirare i radicali, quelli veri.

I radicali liberi (scusate… battuta scontata ma d’obbligo), liberi di essere rivoluzionari e, allo stesso tempo, devastantemente conservatori.

La cosa risulta terribilmente evidente con il movimento radicale contadino americano. Si pensi ad un Wendell Berry il cui ‘Manifesto del Contadino Impazzito‘ capeggia in bella vista in tre quarti degli agriturismo bio o ad un Joel Salatin di ‘Everything I want to do is illegal‘.

Ma il movimento radicale agricolo con i suoi Dinamite Bla è ormai quasi mainstream. Fa pensare, coinvolge ma…

Ma ci sono radicali che sono radicali già solo perchè non coltivano.

Ci sono radicali che hanno a che fare con pratiche che già di per se hanno dell’esoterico o, quantomeno, un livello di comprensione meno esteso, meno condiviso e condivisibile.

Sono gli apicultori radicali.

Un radicale non va accettato, non va approvato, non va rifiutato… va ragionato.

 

I’m the rocket man

(I Think it’s going to be a long long time)

 

 

Ok. Space Oddity era meglio, ma nelle chart inglesi del tempo vinse comunque il nanetto dalla collezione di buffi occhialoni.

E, si, avrei potuto citare Ky Michaelson, il  visonario (e un po’ sfortunato) direttore del primo Programma Spaziale Civile della storia.

Ma alla fine, pur perdendomi il titolo ad effetto, i credits di questo post andrebbero a Mattia e Iano.

Non per altro, ma sono amici e ci hanno fatto un post prima di me. Quindi i miei rocket man sono loro (e Larry Winiarski).

 

Istant Maslow

L’asse tra la piana chivassese e Lessolo si sta spostando sempre più verso  quest’ultimo. Allestito il campo base, scavato il pozzo, arrivata (quasi) la corrente di cantiere ora si tratta di organizzare la vita del campo stesso.

Tradotto: dormire (fatto), mangiare e lavarsi. Sul lavarsi aspettatevi un post “Aqualung” ma per ora soffermiamoci un attimo sullo sfamarsi. La cucina da campo: parola che, personalmente, incute terrore e panico. Arrivo pur sempre da un percorso di ristorazione con cucine infernali, governate da Chef, souschef, comis e tutte le gerarchie possibili della militaresca preparazione del cibo. Fortunatamente, posso contare sul set di coltelli regalati da Medo, la mia copertina di Linus nel reparto cottura… un tocco di civiltà nel carrozzone dell’accampamento. (Per chi non avesse letto La Febbre di Shawn… non è mai troppo tardi per cullare le proprie dicotomie)

Abbandonata l’opzione fornelletti a gas per ovvia assenza degli stessi e per il costo del gas. Troppo in anticipo  o in ritardo con i tempi per costruire un impiato completo con biodigestore, l’opzione rimasta sono state le biomasse combustibili e, considerando la sfilza di ontani, noccioli, frassini e querce che circondano parte del terreno, non  toccati da anni, qui abbondiamo di rami e rametti secchi.

Il progetto seguito è quello della Rocket Stove studiata da quel geniaccio di Larry Winiarski nella sua prolungata ed efficace collaborazione con uno dei miei “Centri di Informazione Permanente” preferiti: Aprovecho. Esistono due realtà Aprovecho: il laboratorio di ricerca ed il centro di educazione e formazione alla sostenibilità. Probabilmente collegati ma non saprei dirvi. Detto per inciso, credo che il buon Larry stia lavorando su qualche altra cosa interessante… ma anche qui, rimane il dubbio che possa non trattarsi della stessa persona… ah! Internet…

The Rocket Stove

La caratteristica principale della Rocket Stove è quella di ottimizzare una completa combustione e di concentrare al massimo il calore là dove serve: nella pentola.

Il duplice effetto viene ottenuto creando una struttura di materiale isolante in cui venga forzata una ventilazione naturale. In questo modo anche molti dei gas di risulta della combustione verranno bruciati (aumentanto il calore e, quasi, azzerando i fumi). Inoltre un collare metallico posto intorno alla pentola (non c’è nelle mie foto…) forza il calore a passare in un’intercapedine di circa 1/2 mm ‘strofinandosi’ contro le pareti della pentola stessa ed aumentando di un ulteriore 23,6% l’efficienza del fornello. (fonte: Capturing Heat Two – Ed. Aprovecho Research Center  – Dean Still, Mike Hatfield, Peter Scott – ISBN 1-930123-00-0). Aprovecho distribuisce gratuitamente Capturing Heat 1 dove, oltre alla rocket stove,  sono illustrati alcuni altri progetti interessanti.

Nel nostro caso, il materiale utilizzato è stato completamente recuperato dall’immondizia.

  • fusto da 25 litri di olio di palma (trovato fuori da un bar a Caluso)
  • gomito per stufa + tubo lineare (non mi ricordo più… sono talmente vecchi che probabilmente verranno velocemente corrosi dal fuoco costringendoci ad una probabile sostituzione… ma non sono merce rara)
  • cenere del caminetto come isolante  (tutta autoprodotta. E’ stato un lungo inverno…)
  • un pezzo di rete elettrosaldata e altri ritagli di metallo (recuperati da un vecchio cantiere)

P.S. – Nella foto della prova. Quella con la pentola che bolle. Sullo sfondo, potete ammirare un paio dei cassoni da patate per la coltivazione ‘in verticale’.

Che dire? In 20 minuti, anche senza ‘camicia’ e senza coperchio, porta ad ebollizione 3 litri d’acqua con una manciata di stocchi secchi di topinabur dell’anno scorso…

Direi che posso mandare in vacanza il piccolo maitre che è in me e dedicarmi felicemente alla cucina da campo…